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Cosa è la Blockchain

Cosa è la Blockchain


Posted By on 10 Ago, 2022

Negli ultimi tempi si fa un gran parlare di blockchain. Di solito, questo termine compare quando si parla di criptovalute, ma la tecnologia blockchain non è strettamente legata alla fintech. Blockchain è un sistema sicuro di cifratura delle informazioni che rende impossibile, o quantomeno molto difficile, hackerarle. In sostanza, si tratta di un registro digitale di transazioni duplicato e distribuito in blocchi nell’intera rete di computer connessi. Ogni blocco contiene un certo numero di transazioni e ogni volta che una nuova transazione viene registrata, il relativo record viene aggiunto su tutti i blocchi.

Questo sistema ha quindi come caratteristica la decentralizzazione e consente di non doversi appoggiare nessun ente di controllo centrale. Si basa su un concetto di fiducia per cui ogni nuovo record deve essere approvato da tutti i blocchi della catena. Ogni transazione viene registrata con una firma crittografica immutabile chiamata hash.

La Blockchain nella finanza

Senza la necessità di un controllo da parte di terzi, questo sistema applicato alla finanza segna irrimediabilmente la fine del concetto di banca come lo conosciamo noi. Ciò significa, per il consumatore finale, niente commissioni, niente controlli, nessun pericolo che la banca fallisca e i risparmi spariscano. In passato, prima della blockchain ci sono stati molti tentativi di creazione di valute digitali, ma sono sempre fallite.

Il problema principale era uno: la fiducia. Se una persona crea una moneta chiamata X e la vende sul mercato, chi mi assicura che se compro 1.000 Euro di X, questa persona poi non sparisca coi miei soldi? La soluzione a questo problema l’ha trovata Bitcoin, proprio con la tecnologia blockchain. La differenza sostanziale tra un database blockchain e un database tradizionale tipo SQL è che su quest’ultimo c’è sempre una persona addetta al controllo e all’aggiornamento. E questa persona può cambiare i record a suo piacimento. Con la blockchain invece, il database è distribuito tra tutti i partecipanti in maniera uguale e l’aggiornamento di un solo record incide su tutti i blocchi della catena. Questo rende i Bitcoin (ma anche tutte le altre criptovalute) impossibili da clonare, copiare o hackerare.

Come funziona la blockchain

Nel seguente schema, preso da Webeconomia, viene illustrato il funzionamento della blockchain. In sostanza si tratta di effettuare la transazione e registrarla in un blocco. Dopodiché verrà effettuata una verifica, cioè tutti i blocchi dovranno approvare la transazione. Una volta che la verifica avrà restituito un risultato positivo, la transazione viene criptata tramite un hash e viene eseguita la registrazione definitiva del record su tutti i blocchi.

La blockchain applicata oltre la finanza: la Cybersecurity

Come detto in precedenza, il termine Blockchain viene spesso associato al mondo della finanza tecnologica. Quindi di solito si parla di smart-banking, pagamenti digitali o trasferimenti di denaro e altri prodotti finanziari associati (ad esempio: le assicurazioni). Ma le applicazioni pratiche legate all’uso di questa tecnologia sono ben più varie. Basti pensare che con un sistema di sicurezza così rigido, possiamo lavorare anche sulla Cybersecurity. Immaginate di dover inviare un’email molto importante contenente dei dati riservati. Col classico sistema client-server, questi dati passeranno comunque per un computer centrale. In questo modo il rischio che qualcuno possa intercettarli è alto. Mentre con il sistema blockchain, chi intercetta il messaggio, dovrà avere accesso a tutti i computer su cui è registrato. Che possono essere anche diecimila. Un po’ difficile, no?

Autenticazione di documenti tramite blockchain

La blockchain potrà sostituire anche la vecchia “marca da bollo” del notaio. Autenticando ogni documento, certificato o attestato con la blockchain potremo avere certificati, contratti, attestati, ma anche diplomi e lauree digitali. Ciò assicurerebbe maggiore trasparenza e eviterebbe l’enorme lavoro di controllo di documenti cartacei, con conseguente risparmio per l’ambiente.

E-Voting e nuova democrazia

Immaginate lo stesso sistema applicato alle elezioni. Ogni record rappresenterebbe un voto e il sistema blockchain eviterebbe brogli elettorali di qualsiasi tipo. E anche voti di scambio, in quanto le transazioni non possono essere né tracciate, né salvate su dispositivo tramite screenshot. La democrazia con questo sistema si rinforzerebbe.

Altre applicazioni pratiche

Le applicazioni non si limitano a quelle elencate. Possiamo estendere la blockchain alle IA, al Networking e all’ IoT, al Car Sharing, alla Sanità, all’archiviazione Cloud…ogni campo di applicazione se ci pensiamo può essere stravolto dalla blockchain. Detto tutto questo, allora possiamo tranquillamente affermare che la Blockchain è l’internet del futuro.

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L’autenticazione a due fattori (spesso indicata come 2FA) è un sistema di autenticazione per sistemi e piattaforme informatiche. Consiste nell’utilizzo di due fattori di autenticazione, come ad esempio una password e una scansione biometrica, oppure una password e un pin autogenerato da un’apposita app detta “authenticator”. Molti confondono l’autenticazione a due fattori con la verifica in due passaggi, viste le similitudini tra i due metodi. Ma il sistema non è proprio lo stesso. Vediamo bene come funziona l’autenticazione a due fattori e perché è tanto utile.

Identificazione e autenticazione: la verifica in due passaggi

Quando ci colleghiamo a un sito, dobbiamo sempre fare due operazioni di base: identificazione e autenticazione. L’identificazione consiste nell’inserire il nostro username, o la nostra email (o in alcuni casi il numero di telefono), mentre l’autenticazione è l’inserimento della password. L’autenticazione è quel processo in cui stiamo confermando la nostra identità al computer che gestisce il sito a cui ci stiamo connettendo. Attraverso un sistema di controllo, l’algoritmo del sito verifica che al nostro username sia associata esattamente la stessa password che abbiamo inserito. Dopo l’inserimento di username e password, solitamente il sito ci fa loggare e possiamo accedere alla nostra dashboard. Ma a volte per una questione di sicurezza, il sito ci chiede un’ulteriore conferma della nostra identità.

Il sistema più comune è il captcha. Ovverosia la richiesta di inserire un codice che appare a schermo sottoforma di immagine distorta, o rispondere a una sorta di quiz in cui ci vengono mostrate delle immagini. Altre volte ci viene inviato un PIN sul nostro numero mobile o su WhatsApp. Questi metodi sono solitamente a scadenza. Un captcha, così come anche il PIN, se dopo un periodo di tempo stabilito (di solito 10 minuti) non viene inserito, scade. Questo serve a far capire al sito che non siamo hacker che cercano di rubare un profilo, e che non siamo neanche bot ma utenti reali che cercano di collegarsi. Questa è la verifica in due passaggi.

Identificazione e autenticazione: l’Autenticazione Multi Fattoriale (MFA)

Un altro sistema di sicurezza, ben più solido della verifica in due passaggi è l’Autenticazione Multi Fattoriale, conosciuta anche come MFA. L’Autenticazione Multi Fattoriale prevede l’utilizzo di più fattori durante il processo di autenticazione. Il processo consiste nel combinare tra loro tre fattori principali:

  • Una cosa che sappiamo: come una password o un PIN;
  • Una cosa che abbiamo: che può essere uno smartphone con un’app dedicata alla MFA, o una smartcard, o una pendrive con un codice crittografato;
  • Una cosa che siamo: cioè qualcosa che rimanda direttamente a noi; come un dato biometrico (impronta digitale, face recognition, scansione della retina…)

Il sistema di MFA più diffuso è l’ Autenticazione a due Fattori, detta 2FA. Combina due dei fattori elencati qua sopra al fine di verificare la vera identità dell’utente. Ad esempio: dopo aver inserito la password o il PIN, viene richiesto di inserire una pendrive, oppure di poggiare il dito su un lettore di impronte. Questo metodo viene utilizzato, ad esempio, nei sistemi di verifica badge delle aziende. Quello che una volta era “il cartellino”, per capirci. Una volta passato il badge, che legge il numero di matricola del dipendente (smart card), il lettore ci chiede di appoggiare il dito sul sensore di impronte per la verifica (biometria).

Verifica in 2 Passaggi e Autenticazione a due Fattori: differenze

Spesso questi due sistemi vengono confusi tra loro, in quanto hanno un funzionamento molto simile. Ma la differenza in realtà è evidente. Prendiamo ad esempio Google Authenticator, che viene utilizzato anche da Facebook per la verifica. Una volta inserite email e password, Facebook ci indirizza a una pagina in cui viene richiesto di inserire un codice, presente in Google Authenticator. Apriamo l’app che abbiamo precedentemente installato e troviamo il codice univoco per Facebook. Si tratta di codici autogenerati che cambiano periodicamente. Inserendo quel codice, siamo autenticati. Quindi, come potete vedere, abbiamo sì effettuato una doppia verifica, ma con due fattori uguali (due codici alfanumerici).

Mentre per quanto riguarda la 2FA, sempre Google Authenticator dispone di un sistema di face recognition. Una volta inserita la password, bisognerà accedere all’app e guardare verso la fotocamera. In questo caso stiamo utilizzando due fattori diversi: un codice alfanumerico per la password e una scansione del volto per l’autenticazione a due fattori. Quindi ecco perché l’autenticazione a due fattori è più sicura della verifica in due passaggi. Mentre con la semplice verifica in due passaggi un hacker può tranquillamente crackare i due sistemi di controllo con uno stesso algoritmo, per l’autenticazione a due fattori, anche se riuscisse a crackare la password, dovrebbe avere con sé il dispositivo di controllo dell’utente. E magari anche un suo dito, per la scansione dell’impronta (e la cosa, oltre che difficile, diventerebbe piuttosto macabra). Quindi viene da sé che l’autenticazione a due fattori è decisamente il metodo più sicuro per proteggere i propri dati da un attacco esterno.

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Secondo una ricerca dell’ Università Cattolica di Milano, gli anziani si sentono meno soli quando utilizzano la tecnologia legata agli assistenti vocali. 

Negli ultimi anni, gli assistenti vocali si sono fatti spazio tra le famiglie italiane (e non solo), entrando a gamba tesa nel mercato tecnologico domestico. Il dato relativamente sorprendente è il boom di questi dispositivi tra gli anziani. Successo dovuto sicuramente alla sua facilità di utilizzo. A differenza dei computer “old style”, questi dispositivi funzionano semplicemente parlandoci. Con i dovuti collegamenti possiamo controllare tutti i dispositivi smart della nostra casa, semplicemente chiedendo al computer di eseguire un’azione.

Possiamo accendere le luci, far partire la lavatrice o la lavastoviglie, impostare il climatizzatore, settare sveglie e promemoria, azionare il robot aspirapolvere, accendere la TV, ascoltare la musica, giocare e persino effettuare chiamate sia video che vocali verso altri utenti con il nostro stesso dispositivo, il tutto semplicemente parlando con il computer. Come avviene su Star Trek, per intenderci. Ma come ho detto prima, il vero dato è la crescita nell’utilizzo della domotica da parte degli anziani.

Gli anziani e la domotica: assistenti vocali per sentirsi meno soli

EngageMinds HUB, il Centro ricerche dell’ Università Cattolica di Mialno, in collaborazione con DataWizard e con il contributo non condizionante di Amazon, ha effettuato una ricerca a campione intervistando 60 italiani anziani ambosessi di età compresa tra 65 e 80 anni, per cercare di capire il loro grado di accettazione della tecnologia degli assistenti vocali e di Alexa. Il 62% degli intervistati ha dichiarato di sentirsi meno solo quando parla con l’ IA, mentre il 98% ha espresso una crescente volontà di comunicare con altre persone tramite queste nuove tecnologie. Inoltre, il 75% ha detto di sentirsi molto meglio dopo aver utilizzato Alexa, e il 52% ha dichiarato di  aver mantenuto l’umore molto alto durante la sperimentazione.

Per Guendalina Graffigna, Ordinaria di Psicologia della salute e dei consumi presso l’ Università Cattolica di Milano-Cremona e direttrice dell’ EngageMinds HUB, il dato rappresenta un risvolto di grande interesse. Che il gap anziani-tecnologia stia per essere colmato? La pandemia da Covid-19 ha costretto le persone a fare uso della tecnologia per ovviare il problema degli assembramenti. Spid, PEC, videoconferenze e videchiamate con i parenti, DaD, Smart Working,  Fintech, tutti nuovi aspetti della vita, a cui si aggiunge l’assistente vocale. Nato per facilitare le cose a tutti. Soprattutto a chi con la tecnologia non è molto avvezzo, in quanto costituisce un aiuto non indifferente nello svolgimento dei compiti “tech” quotidiani. Gli anziani intervistati hanno dovuto compiere alcune azioni elementari con l’aiuto di Alexa, come iscriversi a un sito. Ciò ha fatto in modo che gli stessi interessati, magari prima poco interessati alla tecnologia, ora siano diventati più “smart”, nonché appassionati.

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Gli ultimi 50 anni sono stati caratterizzati da un progresso tecnologico che, fino a prima, era inimmaginabile. Se potessimo viaggiare nel tempo, prendessimo un individuo dal IX secolo e lo portassimo nel X secolo, costui non faticherebbe ad adattarsi. Ma se prendessimo una persona dagli anni ’60 del XX secolo e la portassimo direttamente ai giorni nostri, ne uscirebbe pazza. Questo perché l’avanzamento tecnologico è stato tale da portare in pochi anni nelle nostre vite quotidiane, ciò che un tempo era considerato fantascienza. Basti pensare a internet. La tecnologia più utilizzata al mondo. 

Grazie a internet, le nostre azioni quotidiane oggi sono molto più semplici. Strumenti come il Fintech, che consente di gestire i propri risparmi online, i pagamenti elettronici, la possibilità di acquistare o noleggiare qualsiasi cosa tramite app, gli assistenti vocali e la domotica, le auto a guida autonoma, i traduttori universali  e istantanei e tante altre cose hanno trasformato le nostre giornate in tante puntate di Star Trek. L’automazione ha reso il lavoro manuale sempre meno indispensabile e ha posto l’essere umano sempre più al centro delle proprie attenzioni. Ma non tutti la pensano così. Per molti, l’avanzamento tecnologico è una minaccia. 

Lo smart working: uno strumento moderno ed necessario

Un esempio su tutti: lo smart-working (in Italia). Grazie a internet, oggi è possibile lavorare da casa. Se il lavoro che abbiamo scelto non implica il contatto diretto con il pubblico (come ad esempio il barman, o il portiere d’albergo), la gestione può essere effettuata da remoto senza problemi. Per qualsiasi esigenza si può emulare un ufficio anche in uno studio casalingo. Se serve avere un colloquio, ci sono decine di strumenti che possono sostituire la riunione in presenza. Strumenti come Skype, Zoom, Messenger, o qualsiasi altra applicazione per le videochiamate (che poi vengono utilizzate anche per le chiamate casalinghe). In alternativa, per l’assistenza al cliente, esistono anche le chat (che sono molto più veloci degli scambi di email).

In quest’ottica, sia gli uffici pubblici, che le aziende private possono adottare una politica di smart-working permanente. I privati in teoria possono già fondare aziende senza una sede fisica. Per quanto riguarda il pubblico: con l’assistenza remota, la fornitura di documenti in pdf tramite PEC (email certificate), la firma elettronica e lo Spid per accedere da casa a tutti questi servizi, la figura dell’impiegato pubblico si trasforma e non è più richiesta (almeno non sempre) la presenza in loco. Tutto ciò si traduce non solo in un grande vantaggio in termini di tempi di attesa (praticamente azzerati), ma anche in un notevole risparmio sui costi da parte delle amministrazioni locali. Avere (ad esempio) il 70% di impiegati a casa, rappresenterebbe un enorme risparmio in termini di affitto dei locali, bollette da pagare, mense da rifornire etc.

La mentalità tossica del controllo

Ma la mentalità di chi dirige, purtroppo, è quasi sempre la stessa. Se non hanno modo di controllare il lavoro dei propri dipendenti, se non possono mettere il fiato sul collo alle persone per farle lavorare “al meglio”, hanno paura. Le manie di controllo di pochi gettano le loro insicurezze e la loro lentezza mentale sul lavoro di tutti, creando ambienti tossici e improduttivi. E chi dovrebbe vigilare su questo, invece di applicare una politica di rinnovamento, parla di tornare a lavorare in presenza. E così non si va avanti.

Recenti studi hanno dimostrato come il lavoratore a cui venga data la possibilità di lavorare da casa, risulti più produttivo e soddisfatto. In più, c’è un maggiore bilanciamento vita-lavoro, sia per gli uomini che per le donne. Nonché un incremento del reddito (non dovendo più spendere soldi per mezzi pubblici, o carburante per le auto per spostarsi da casa a lavoro), come possiamo vedere da questo grafico riportato sul sito del Sole 24 Ore rielaborato dai dati pubblicati dalle economiste Marta Angelici e Paola Profeta sul sito La Voce

Dati sui benefici dello Smart-Working

Effetto Smart Working sulle famiglie

Tramite lo smart working si risolverebbe anche un grosso problema che affligge il nostro paese: quello demografico. Uno studio del 2011 su un campione di 50mila donne sotto i 45 anni di 23 paesi Europei delle sociologhe Katia Begall e Melinda Mills ha riportato il rapporto tra l’autonomia sul lavoro e la fertilità. Il risultato ha evidenziato come un alto livello di controllo sul lavoro influenza positivamente l’intenzione di avere figli. Le donne Europee non considerano più un’opzione praticabile quella di rimanere a casa negli anni più energici e produttivi della propria vita, dovendo badare ai figli. Lavorare da casa aiuterebbe le donne a gestire al meglio la gravidanza e la maternità, senza dover abbandonare il proprio lavoro per lunghi periodi.

Pensate a quello che vorrebbe dire per l’Italia. Niente più imbarazzanti colloqui con HR assimilabili a uomini di neanderthal che pongono la fatidica domanda: “Ma lei, così giovane, ha intenzione di sposarsi e avere figli?”, con il classico “foglio in bianco” (patetico, sessista e soprattutto illegale) da firmare (con le dimissioni scritte successivamente alla maternità dal datore di lavoro stesso). Con lo smart working non avrebbe più senso, dato che la lavoratrice potrebbe comunque dedicarsi al proprio lavoro (anche se con orari ridotti) da casa, senza perdere produttività.

Smart Working e crescita demografica

Ciò detto, ne consegue che una maggiore attenzione allo smart working porterebbe le famiglie ad avere maggiore indipendenza economica, minor numero di pensieri e più attitudine (per chi lo desiedera) a procreare. 

Più donne al lavoro significano una maggiore crescita del paese e più bambini che nascono, perché quando le donne lavorano scelgono con serenità di diventare madri

Paola Profeta 

Un elemento che ha bloccato, negli anni, l’intenzione di mettere al mondo dei bambini è stato (oltre ai problemi economici della famiglia), la necessità di avere entrambi i genitori a lavoro, con conseguente crescita “in solitaria” del bambino. Dover affidare i propri figli sempre a nidi, baby-sitter o domestici, comporta costi e inoltre la scarsa presenza genitoriale può portare i figli ad avere disturbi psicologici nell’età adolescenziale. Lo smart working curerebbe questi problemi con un solo colpo. Genitori a casa vuol dire niente baby-sitter, con conseguente risparmio sui costi e soprattutto presenza genitoriale per aiutare i figli nei loro momenti più difficili della crescita.

Smart Working e sostenibilità

In ultimo, ma non meno importante, abbiamo il problema dell’inquinamento. Con lo smart working si riduce l’impatto ambientale. Chi può lavorare da casa, non è costretto ogni giorno a prendere l’auto o i mezzi pubblici per recarsi a lavoro. Questo si traduce in meno traffico per strada, quindi meno inquinamento. Inoltre, strade più sgombere da auto, significa anche strade più sicure. Più spazio per biciclette e monopattini, nonché per tram e mezzi meno inquinanti. Marciapiedi più larghi (non dovendoci più preoccupare delle automobili) e, decisamente, aria più pulita.

Se non ora, quando?

Quindi, i tempi sono maturi. Ormai non ci sono più scuse. Lo smart working si è rivelato un potente strumento per le aziende, sia da un punto di vista produttivo, sia economico. Inoltre fa bene alle famiglie e all’ambiente. Il lavoro agile, se ben strutturato, può portare solo benefici. Una corretta politica di applicazione consentirebbe al nostro paese di fare quel balzo in avanti che attendiamo da anni. Se non ora, quando?

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La prima donna e il prossimo uomo che atterreranno sul suolo lunare, ci arriveranno con un HLS della SpaceX. La NASA infatti ha scelto SpaceX per atterrare sulla Luna. Il contratto, del valore di 2,8 miliardi di dollari, rientra nell’ambito del programma Artemis. L’azienda di Elon Musk ha ricevuto l’incarico di far atterrare il primo lander commerciale sul suolo lunare per il 2024. L’Agenzia Spaziale  ha affermato che alla prima donna sulla Luna, seguirà in breve tempo la prima persona di colore. Piccoli passi verso il cambiamento. Ricordiamo che finora sulla Luna sono atterrati 6 equipaggi, tutti composti da soli maschi bianchi.

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I prossimi quattro astronauti (compresa la donna) partiranno dal nuovo SLS a bordo di una capsula Orion. Una volta raggiunta l’orbita lunare, due di loro si trasferiranno sul lander della SpaceX, l’ HLS (Human Landing System), che atterrerà sulla Luna, facendo sbarcare un equipaggio umano dopo oltre 50 anni dal primo allunaggio. Al passare di una settimana, i quattro astronauti ripartiranno col lander e si si riuniranno ai colleghi sulla Orion, per poi tornare sulla Terra.

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Tempo fa, Elon Musk presentò l’ambizioso progetto Neuralink. Un chip celebrale, chiamato Link, per collegare direttamente cervello e computer. Una tecnologia estremamente utile, soprattutto per le persone con mobilità ridotta. Collegando il proprio cervello ad un esoscheletro computerizzato, un paraplegico potrà tornare a camminare. Si potranno creare arti artificiali computerizzati in modo da sostituire quelli mancanti. Un’invenzione da fantascienza, quasi “alla Star Trek“.

Pochi giorni fa, l’azienda guidata da Musk ha presentato il primo esperimento. Collegando il chip al cervello di un macaco, questo è stato capace di giocare a Pong su un computer, senza usare né Joystick, né tastiera. L’esperimento è stato immortalato in un video, che vi mostro di seguito.

Il primate protagonista di questo fantastico esperimento si chiama Pager ed è un macaco di nove anni. Nel video, all’inizio interagisce con un Joystick, spostando il cursore nello schermo. Dopodiché imita lo stesso movimento, con la stessa intenzione, ma il Joystick stavolta è scollegato. Ma il cursore si muove lo stesso, segno che il chip sta funzionando.

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Un ulteriore filmato mostra i dati degli input provenienti dal cervello di Pager, che rendono possibile il movimento. Ma come è stato possibile questo prodigio tecnologico? Come spiegano a Neuralink, il chip Link è stato impiantato nelle aree della corteccia motoria che interessano mano e braccio. Un Link a destra, per la parte sinistra del corpo e uno a sinistra, per la parte destra. Analizzando le onde cerebrali prodotte durante le interazioni è stato possibile programmare la BMI, ovvero da Brain Machine Interface.

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